Nel buio profondo del tubo, dopo lo schianto, in una notte in cui un robot pulsava dentro di me, spingendoci a forza e, dopo lunga pausa, prelevandovi l’aria, e mani altrui sondavano il mio corpo impotente e solo a tratti la voce accorata del dr. Lorenzo Ghilli mi evocava che io esistevo come lui in quanto ciclista, allora ho risentito dentro di me tutto quello che è passato negli anni e durante le decine di migliaia di chilometri percorsi in bici; tornato alla veglia tutti li ho avuti schie-rati di fronte e rammentati, come nel testamento di una nuova nascita, per quanto mi hanno dato.
Ho imparato dal Nicchi, il figlio di Henriette, la gioia dei lunghi percorsi nel Mugello, la resistenza ai deficit della malattia, l’indifferenza al dolore.
Ho imparato dal Falai, il Mastino, la bellezza dei paeselli natii, dei filari di viti, la poesia di un cipresso lontano, di un campanile, del blocco ombrato d’una colonica, dei colori del Chianti più acerbo, le strade mai ripide, il passo altalenante in salita che mai demorde, che regge e che vince.
Ho imparato dal Grande Ciompo, il Ciulli, a contare le pedalate quando hai finito anche l’ultima goccia d’energia, ad uscire con ogni tempo, ad accettare l’idea della bici come una disciplina, che ha i suoi tempi inderogabili.
Ho imparato da Raffaele, il Capitano, mio Capitano, la programmazione, l’archiviazione, la memorizzazione del percorso, l’importanza dell’attesa, del colpo dato al momento giusto con tutta la forza e l’energia voluta e spesa al momento opportuno, la costanza, il controllo dell’entusiasmo e la sana soddisfazione di se stessi, la felicità di chi si sa accontentare.
Ho ammirato la tempra del Cannibale, Alfonso Bietolini, vi ho imparato l’origine tenace della razza umana, la centralità dell’uomo che dà i nomi ai paesaggi, alle montagne che ordina in fila e poi scavalca d’un passo. Ho visto in lui la diseguaglianza ed ho imparato ad accettarla, come il destino inarrestabile dell’uomo che trae dalle sue fibre muscolari e dalla sua inquietudine sempre nuova ed inesauribile energia.
Ho imparato dal Maestro, Piero Ciampi, quanto grande è il mondo della gara. Un microcosmo infinito, in cui ogni momento non ne ha un altro uguale: ho imparato a guardar pedalare, a cogliere il respiro, il rumore delle pedalate, a contare i metri invece dei chilometri, a scoprire ogni avvallamento, ogni sussulto della strada. Ho imparato da lui che tutti vogliono vincere e che nemmeno l’ultimo è disposto a regalarti una pedalata. Ho imparato che la bicicletta è la ricchezza del popolo che incornicia lì le sue vedute, i paesaggi miliardari di altri.
Ho imparato dal Mordiroccia (il nostro Luciano Bonechi che la nemica ha stroncato per sempre, rapida e inesorabile) l’allenamento impossibile, giornaliero come un fattorino, dietro i tram, fino al lavoro, nella penombra della sera, tra i bar, i tram, i viali, i parchi e i giardini. I raduni inventati e smentiti, i chilometri collezionati come schede telefoniche, uno dietro l’altro.
Mi ha insegnato lo Smilzo Stellati che poi non vado così piano, e mi sono meravigliato a vederlo cosi segaligno arrampicarsi dappertutto, sfrecciare in pianura, e mi sono commosso a vederlo soffrire senza alimentazione adeguata, senza bici adatta, ma con tutta la forza degli avi antichi sedimentata nelle ossa e nei muscoli, e mi sono infine compiaciuto della sua smagliante bicicletta nuova che lo rende più vivo e più bello e più veloce ancora.
Dal Mercante Napoletano, il caro Cesare Pisacane, ho appreso a valorizzare la parola come merce di scambio, come reciproco appello che tesse una tela da parte a parte del plotone, cui aggiungere all’arrivo la mano tesa e cordiale di chi non dimentica il divertimento come fatto gratuito della vita.
La signorilità fatta persona ho conosciuto da Georgius de Albis, il nostro Del Bianco, e sempre mi torna in mente un fazzoletto bianco di cotone patinato, portomi con gentilezza in un gruppetto messo in fila dal vento dei quaranta all’ora, l’ammissione della forza altrui cui non si rinuncia, lo sguardo lucido e nobile di chi ammira il mondo e vi partecipa leggero leggero, senza mai uno sforzo apparente che maltratti la propria forma esteriore impeccabile, mentre dentro, invece, la meraviglia lo commuove.
Dal Paladino Rolando, il Vestri, ho avuto il dono di un déja vu, ho visto la corsa vera cui ambivo tanti anni fa; mi sono visto con corridori veri col mestiere della discesa, con la pedalata rotonda della pianura nella posizione del passista: tutto è tornato intorno ciclismo antico fatto di maglie di lana, di borracce di alluminio e di grande armonia tra macchina ed uomo.
Dal Sarti ho appreso l’arte del raduno, il conto alla rovescia, la tempra lavorativa anche nella gioia, l’esile silenzio dell’esistenza, che la bici è una monade, ma condivisibile col compagno.
Dall’Autista, Riccardo Calonaci, ho conosciuto l’uomo di marmo; da lui ho appreso l’incrollabile perseveranza, la ricerca dell’estremo nei lunghi lunghissimi rapporti in salita, la compattezza dell’abbigliamento attaccato alla pelle, confezionato con lui, l’imperturbabilità e il sorriso intatto prima e dopo la gara. E con lui ho imparato la gioia triplice della famiglia, dell’urlo di chi ti ama, della passione unica sola e rapace per la bicicletta, col figlio che pedala nel cuore.
Di Cireneo, Roberto Matteucci ho visto la discrezione e imparato il fido servizio ed ho capito, alla fine, la lunga regolarità urbana, di chi il fuoco ardente fiorentino spenge con l’acqua fresca di un sorriso cortese.
Del Topolino Bruno Bazzani, fisso da allora nella mia mente, vedo ora come vicino è stato il mio destino al suo, ma più fortunato; ho imparato da lui che inforcare la bici era lo stesso che continuare una vita antica fatta di sofferenza e fatica, ed ho saputo da lui la naturalezza del gesto atletico e i segreti di una alimentazione a base di banane.
Ho imparato dal Teino, il neogreco Teodorosi, e dai giovani Ciciolini tutti, la semplicità della forza, l’allenamento rubato al lavoro, la fuga dal tempo, l’ansia del giovane che mira ad altre mete da quelle comuni e scontate.
Ho saputo dallo Skipper Giancarlo Sassetti l’ampiezza del coraggio, la fermezza della lealtà che sostanzia l’amicizia e si rende disponibile in ogni momento e in ogni forma, consapevole delle debolezze umane in bici e senza bici.
La vicinanza del mondo professionistico ho sentito da Duccio, il giornalista Moschella, la conoscenza che trasforma i nomi in corpi reali, e in biciclette rosse fiammanti, da lui ho capito quanto forte possa essere il gusto dell’entourage, dell’imitazione dei gesti ufficiali, anche nel passo cronometrico, che io ho visto fra i primi e ancora ricordo inarrivabile, punto estremo di riferimento, raggiunto solo a fatica, come il naufrago tocca sfinito la riva.
Da Paolo Pellegrini, unico e inaggettivabile, ho appreso la misurazione dello sforzo, la tecnica matematica e le curve cartesiane che segnano i nostri limiti, e il tentativo continuo, audace, di volerli superare sui rulli in mezzo a un nugolo gioioso di figli che ti rapiscono l’animo e il tempo.
Dal nostro Carrozziere, il buon Fernando Corsano, ho imparato la superiore resistenza, la messa al bando della mollezza e la voglia di voler continuare, con la capacità di reggere la sfida della strada, anche quando s’inerpica sempre più in alto nei lunghi percorsi appenninici o si snoda blandamente nella campagna senese.
Ho imparato la precisa amicizia e la gioia dell’emulazione di Nicola D’Onofrio, il desiderio di non essere mai domo, il continuo assurdo rullare, la tensione assidua verso il meglio ed il sofisticato, verso la meta mai raggiunta della perfezione.
Dell’Elegante Simone Franceschi ho imparato la liberalità, la cordialità, e soprattutto quella fantastica posizione sul passo quando insegue la meta davanti, reale o fittizia, come un alpino la cima agognata.
Dal Bello, fragrante Pugi, ho appreso la serenità del giovane padre che fa della bici un prolungamento della famiglia e ignora e appiana le difficoltà di un percorso, rese da lui tutte uguali.
Ho sentito l’ignara cognizione della propria forza nel Fedi, colossale potenza gratuita, come un’offerta inattesa che spazza il vento in pianura senza limiti, e si rassegna quieta in salita.
Dall’articolo il, del “piccolino” Mazzuoli e del “lungo” Bencini ho imparato la spensieratezza che sfoga le proprie bizze, gli ingenui dolori e le prolungate gioie di passeggiate che hanno nella propria sostanza l’allegria di chi “ha già dato”.
Ultima ho conosciuto, come in uno specchio, la follia del passo sempre sostenuto, sempre al limite dell’ebbrezza di Alessandro Orlandini, il Furioso, l’ebbrezza del neofita che ancora non sa dove come e quanto in là la strada terminerà.
Fissati nella mente una volta per tutte, rimarranno scolpiti nella memoria come segno indelebile della mia gratitudine, anche se alcuni ci hanno tragicamente lasciato e se altri se ne sono andati, perdendosi nei mille rivoli in cui la vita umana si divide.
Ma sapevo che al mio capezzale stava idealmente un omino buono, da decine e decine di anni chiuso nel ventre stretto e nero di un ferreo antro meccanico, sporche le sue mani nere per tirare fuori il bianco pane alla famigliola. E subito il sorriso di Cristina si è stagliato sul mio limitato orizzonte ospedaliero, a confortarmi col tuttosuo “Raffa”.
Gara Sociale del 20 ottobre 2002
Nella mia prima dolorosa uscita in macchina, abbadato e condotto dalla mia consorte badessa, ne ho rivisti molti pedalare per la gara sociale dell’anno 2002 sulle strade agresti e silvestri del Monteloro. Per la verità, del primo, l’arcangelo Michele, ho sentito solo il filo tagliente della lama della sua spada sul traguardo, un colpo fendente d’aria turbinante e poi nient’altro; riemerso dalla curva con lo scudo di Raffaele, ho scorto in lui l’aria severa del messo che ha eseguito gli ordini divini, come previsto, e infatti Michele Melli è primo assoluto, inarrivabile dagli umani, con più di due minuti e mezzo di vantaggio in soli undici chilometri, cioè prendendo al secondo assoluto, il Nanni, quasi 14 secondi a chilometro a 25 km/h di media, scalando in 27’ e 21”!
L’Arcangelo ha virtualmente raggiunto e superato tutti gli altri, colmando i tre minuti di distacco canonico, compreso il valorosissimo Duccio, terzo assoluto.. Eppure sul punto più duro, nei trecento metri che seguono la curva del tabernacolo che santifica il trivio, togliendo via dalla vista la valle dell’Arno, già il Nanni aveva recuperato 20 secondi a Duccio, e se li è portati fino alla fine, Duccio che, sempre seduto e chino su un rapporto leggero, era passato con un minuto di vantaggio su chi lo precedeva arrivando primo di un’agguerrita categoria (C) cosicché il Furioso Orlandini, supervestito come un black block, ha dovuto subire all’arrivo il suo morso lungo di un minuto e quaranta, mentre con gli occhi meravigliati prometteva una rivincita alla prima occasione. E qui Nicola deve ammettere l’iperallenamento! Lo direbbe anche il medico sportivo che ha seguito la gara appostato a metà del percorso con l’ambulanza, il dr. Massimo Bruno, e l’assistenza di un antico socio, pedalatore agile, con cui ho salito la Croce ai Mori, Mauro Biondi.
L’Autista Riccardo, primo di categoria (D) e quarto assoluto, ha scalato duro come suo solito e in poche pedalate col suo smagliante sorriso, senza ombra di sudore, è scomparso alla vista di me che gli gridavo il vantaggio acquisito e alla vista di un Migliorini tutto fuori condizione. Il Milanese, rimasto impanato e fritto dall’Autista non è persona da crucciarsene, ma le acque chete rompono i ponti! Una volta di più mi ha meravigliato lo Smilzo Stellati: gira, gira tutta la settimana con la sua borsa pesante a tracolla che lo tira giù tutto da una parte che sembra più rotto di me, sale e scende scale e scale e ti guarda come se niente fosse col suo prorompente “siee” dondolando la testa e scalciando sui muri, tocca la bici solo la domenica e vince la sua categoria (E) infliggendo quasi un minuto a quello splendore di masse muscolari e mascellari del Carrozziere, che del suo lavoro ha la lucentezza delle gambe, del sorriso e di tutto il suo fisico compatto. Ma qual meraviglia vedere il dimagrito Fedi superare anche se di pochi secondi il veterano Banici che pure è salito a 20 km/h di media fin lassù. L’amico Cesare, Mercante Napoletano, che non ha voluto cedere a bende e a medicine che lo hanno afflitto per un mese, ha fatto quasi un exploit rimanendo sotto ai 35’, come Georgius de Albis arrivandogli vicino ha vinto la propria categoria (SE) dando poco meno di un minuto al diretto rivale, il velista Piselli, che m’immagino come lo Skipper (robusta staffetta della gara insieme al vispo Cireneo) passa disinvolto da barca a bici. Il Paladino Rolando sente ormai le brume autunnali e drizza l’occhio furbesco alla prossima stagione. Il Piccolino Mazzuoli non si è smentito accettando la sfida ancora una volta e vincendo la sua categoria Master Super E, in meno di 40’, rendendo comunque onore alla sportività di un vero gornalista come il Paoli, per il quale è proprio il caso di dire: last but not least!
Barbaccia